mercoledì 27 novembre 2013

Tempesta


Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena.
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Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro,
non t’importa che siamo perduti?».
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Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!».
Il vento cessò e ci fu grande bonaccia.
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Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?»
quanto sarebbe bello ci fosse veramente qualcuno che potesse dormire davanti alle mie tempeste e poi dire "Taci! Calmati!" e tutto si quietasse

martedì 3 settembre 2013

Macra. San Salvatore



L'affascinante e umilissima chiesetta di Macra conserva , tra gli altri tesori, sulla parete laterale destra la raffigurazione di un banchetto.

Tra gli astanti una leggiadra danzatrice ha ricordato Salomè che danza per Erode.

Ma il calice mostrato da uno dei commensali ha fatto pensare alla leggenda del Calice infranto (analoga sequenza nel Portico di San Lorenzo a Roma (foto?).



Riporteremo questi personaggi a casa loro?









lunedì 10 giugno 2013

Il vero senso della vita....

Un giorno un fuori bordo attracca in un piccolo villaggio messicano sulla costa.
Un turista americano fa i complimenti ad un pescatore messicano sulla qualità del pesce e gli chiede quanto tempo ha impiegato per pescarlo.
"Poco tempo" risponde il messicano.
"Ma allora, perchè non sei rimasto un altro po' per pescare di più?" chiede l'americano.
Il messicano gli spiega che quanto pescato e' sufficente a soddisfare I propri bisogni e quelli della sua famiglia.
L'americano chiede "ma cosa fai con il resto del tuo tempo?"
"Dormo fino a tardi, pesco un po', gioco con i miei bambini, e faccio la siesta con mia moglie. La sera poi, esco e vado ad incontrarmi con gli amici nel villaggio,
bevo qualcosa con loro, e suoniamo e cantiamo insieme... insomma ho una vita intensa." 

L'americano lo interrompe "Io ho un dottorato, conseguito ad Harvard, e ti posso aiutare! Dovresti iniziare a pescare un po' piu' a lungo ogni giorno. Cosi' potrai vendere il pesce in piu' che hai pescato.
Con il guadagno potrai comprarti una barca piu' grande.
La barca più grande porterà più soldi e potrai acquistare una seconda barca e poi una terza finche' non avrai una flotta di pescherecci.
Invece di vendere i tuoi pesci alle persone, potresti contattare direttamente l'industria alimentare per vendere loro i pesci e forse un domani aprire un proprio impianto alimentare. 
Potrai lasciare questo piccolo villaggio e trasferirti a Citta' del Messico, a Los Angeles o anche a New York. Da li' dirigere la tua grande industria." 

"E quanto tempo ci vuole?" chiede il messicano.

"Venti, forse venticinque anni" rispose l'americano.

"E dopo?"

"E dopo? E' qui che la cosa si fa interessante" risponde l'americano ridendo. 

"Quando il tuo volume d'affari crescerà, potrai iniziare a vendere azioni ed a guadagnare milioni!"

"Milioni? Veramente? E dopo?"

"Dopo potrai andare in pensione, andare a vivere in un piccolo villaggio sulla costa, dormire fino a tardi, giocare con i nipoti, pescare un paio di pesci, fare la siesta, e passare le tue serate a bere e a divertirti con gli amici.

martedì 16 aprile 2013

La folle corsa verso l'autenticità

Voglio dedicare queste righe a tutti quelli come Chet Baker (e anche a tutti quelli che non hanno mai sentito, neanche per un infinitesimale istante, l'incombere di un'ombra di non senso, di fragilità, di inutilità, sulla loro vita)


"…

Tornata in Spagna partecipò alle agitazioni dettate dal desencanto o delusione che dir si voglia, degli anni settanta, fino a quando si legò a un ragazzo che avrebbe potuto essere suo figlio e che probabilmente come tale funzionò per tutta la durata di quell’amore tanto folle. Una simile corsa, in cerca della sincerità dell’autentico conduce fatalmente all’autodistruzione.

Che ne sarebbe di noi senza la paranoia della diffidenza che ci fa evitare le minacce e sopratutto la peggiore di tutte loro, quella rappresentata da noi stessi?
La contessa non aveva saputo difendersi dagli altri ma sopratutto non aveva saputo difendersi da se stessa e quando il suo giovane amore si lasciò invischiare dalla droga, lei lo seguì in fondo al pozzo, ma quando lui ne uscì con l'aiuto di un'assistente sociale di bella presenza ostinata a redimerlo, la contessa, con quasi cinquant'anni sulle spalle, non ebbe analoga fortuna e rimase in fondo al pozzo fino all'ultimo.

Ho soppesato la mia responsabilità nell'averla tolta dalle riviste di pettegolezzi rosa e nell'averle aperto la porta stretta che porta alla nudità della condotta, a un senso della vita e della Storia dove le radici non legano al passato ma al futuro e quando quella speranza si spezza, si cade, senza radici nella più assoluta indifferenza.

Non dico che il modo di evitare un simile suicidio consista sempre nell'accettare la carica di prefetto o cose simili, che evito di elencare. Ma qui, in questa cartella, c'è la storia di un'autodistruzione e quando la getterò nel fuoco del caminetto del mio appartamento cercherò di farlo in un momento che mi eviti di dover spiegare il mio gesto. Non ho mai confessato a mia moglie il mio fugace amore con una contessa. E' molto classista mia moglie e di tutte le classi sociali, l'aristocrazia è quella che peggio sopporta"

da Manuel Vazquez Montalban.
Il Fratellino. Come eravamo.

mercoledì 9 gennaio 2013

Vedi, in questi silenzi...

Forse un mattino
Forse un mattino andando in un'aria di vetro, 
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: 
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro 
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto 

alberi case colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto. 

Ripenso al tuo sorriso
Ripenso al tuo sorriso e per me è come lo scorgere l'acqua limpida per caso tra i sassi di un greto, un piccolo specchio d'acqua in cui puoi vedere le infiorescenze dell'edera sotto un bianco cielo senza nuvole. 

Questo è il mio ricordo, non saprei dire, amico lontano, se il tuo volto nasconde un'anima libera e ingenua oppure sei uno di quelli che errano estenuati dal male del mondo portando con sé il proprio dolore come un talismano.

Solo questo posso dirti, che ripensare a te sommerge i miei turbamenti con un'ondata di calma e la tua figura si insinua nella mia memoria grigia, candida come la cima di una palma giovane.

Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

I Limoni
Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.

Hai dato il mio nome a un albero?

Hai dato il mio nome ad un albero? Non è poco
pure non mi rassegno a restar ombra, o tronco
di un abbandono nel suburbio. Io il tuo
l'ho dato a un fiume, a un lungo incendio, al crudo
gioco della mia sorte, alla fiducia
sovrumana con cui parlasti al rospo
uscito dalla fogna, senza orrore o pietà
o tripudio, al respiro di quel forte
e morbido tuo labbro che riesce,
nominando, a creare; rospo fiore erba scoglio -
quercia pronta a spiegarsi su di noi
quando la pioggia spollina i carnosi
petali del trifoglio e il fuoco cresce.