Tra le varie di questa estate segnalo l'amicizia con Steve House in occasione della presentazione del suo libro Beyond the Mountain a Courmayeur organizzata dalla Grivel di Courmayeur.
Mi ha colpito la sua sfacciata (per l'intervistatore) essenzialità nelle risposte, la sua mitezza, la sua franchezza.
Leggendo poi il libro si capisce che non è buonismo, bensì frutto di una visione dell'alpinismo maturata in terre selvagge, nell'Oregon, in Alaska sul Denali, lontano da operazioni di marketing (sempre più frequenti), dove l'uomo per vincere, deve prima di tutto misurarsi con se stesso e poi con la vetta (da qui il titolo, preso da Bonatti, "Oltre la montagna (c'è l'uomo)". Anche il confronto con il compagno di cordata (oltre la montagna) è ben commentato. Non è che uno vale l'altro. Il rapporto che si instaura è quasi come quello tra marito e moglie, ma non tanto per le eventuali cadute, per la sicurezza ecc, piuttosto per aver vicino uno che possa seguirci nelle scalate dentro noi stessi.
Va da se la scelta dello stile alpino, l'impatto 0, ecc ecc.
Possono sembrare banalita qui da noi, ma la, ad es in Karakorum, non lo sono.
E poi tra le righe del libro si evince il rischio che l'alpinismo assorba tutto (le relazioni umane, un impegno che non sia la roccia, ecc). Bello allora che dopo gli exploit che l'hanno reso famoso ci sia l'attenzione ad una Fondazione per i bambini pakistani e per i giovani aspiranti climbers.
Una bella ricerca verso l'autenticità e, per me, una bella amicizia

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