Recentemente ho sentito una intervista a Gianni Morandi dove tra
1000 elogi dei social e in generale delle nuove tecnologie (iTunes ecc), riportava una
strana sensazione nel vedere, ai suoi concerti, tutti con il cellullare a riprenderlo, quasi che
fosse piu importante la condivisione successiva (difficilmente quei video erano
fatti per poter rivedere il concerto da soli nella propria camera) e , immagino
io, il numero dei “mi piace”, piu importante delle sensazioni del concerto stesso li e in quel
momento.
Sotto il palco, ai miei tempi ci si spintonava, si cantava a
squarciagola o si ondeggiavano gli accendini all’unisono. E non è la stessa cosa che tenere alto con 2 braccia il proprio
cellulare preoccupandosi delle teste di quelli davanti.
Nel vedere la natura delle condivisioni sui social delle varie
attività non posso non chiedermi quanto ci sia di condivisione sostanziale (di
sostanza) e autentica e quanto, invece,
sia cercare l’altrui audience (esplicita nel “mi piace”, implicita nel
postare da li, sul palco) per trovare ulteriore luce sulle proprie giornate.
Quanto abbiamo bisogno dell'altrui accettazione, e più ancora dell'altrui sguardo, per accettarci?
Quanto abbiamo bisogno dell'altrui accettazione, e più ancora dell'altrui sguardo, per accettarci?
Lungi dal criticare Facebook quale strumento di condivisione e quindi utilissimo canale per tenersi aggiornati, è solo una riflessione di sfrondamento (che posto su FB J.) a segnalare un rischio.
Mi sono venute in mente le stelle che, a differenza dei
pianeti, brillano di luce propria. “Sei una stella” ha, in effetti, ben altro
peso che “Sei un pianeta”
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